“Vi proponiamo una serie di lettere, cui ne seguiranno altre sulla questione palestinese, partendo dal negazionismo sionista. Ci auguriamo che possano essere un punto di partenza e spunto per un dibattito ampio e plurale.
Circolo Culturale Proletario di Genova”
1)
Sono sionista e vi spiego le mie ragioni

3 gennaio 2016
Egregio direttore,
Rispondo con grande piacere alla lettera di Emilio Vanoni che ringrazio per l’apprezzamento riservato al mio testo e per l’invito che mi rivolgehttp://www.varesenews.it/2015/12/israele-palestina-e-la-pace/472797/
Apprezzo la pacatezza dei toni ma poiché sono abituata a badare alla sostanza dei contenuti mi trovo a dover compiere, per l’ennesima volta alcune precisazioni sia in ordine all’utilizzo delle parole che di conoscenza della cronologia degli eventi.
La costituzione dello Stato d’Israele è avvenuta in una terra nella quale non era presente nessuno stato. Possiamo citare alcuni interessanti studi, come quello compiuto nel 1695 dall’orientalista danese Hadrian Reland che evidenzia come il territorio ove oggi è rinata Israele non presentasse alcun insediamento con nome arabo, la maggioranza dei nomi erano ebraici, greci o latini. Il territorio era praticamente disabitato tranne per le città (Gerusalemme, Safed, Jaffa, Tiberiade, Gaza, Hebron…) che erano abitate in maggioranza da ebrei e cristiani.
Esisteva una minoranza mussulmana prevalentemente di origine beduina. Faccio presente che oggi i beduini sono cittadini israeliani e che servono fedelmente nell’esercito (IDF).
Oppure possiamo citare una fonte non europea ma araba, il Congresso Generale Siriano del 1919 che sottolineò con forza il fatto che gli arabi della “Siria del sud” (così veniva chiamata dagli arabi quella che gli inglesi chiamavano Palestina) erano a tutti gli effetti siriani. Ancora nel 1946, Philip Hitti, uno dei più eloquenti portavoce della causa araba dichiarava al Comitato di Inchiesta Anglo-Americano che un’entità nazionale chiamata Palestina…non esisteva.
Nel 1948 (anno della ricostituzione dello Stato d’Israele, ma anche della opportunità alla costituzione di uno stato arabo accanto a quello ebraico),quella terra era sotto il controllo inglese, precedentemente era stata sotto controllo dell’Impero Ottomano, prima ancora era stata preda delle crociate, in alternanza con le scorribande islamiche, prima ancora ha fatto parte dell’Impero Romano e, guarda caso, prima che i romani tentassero di eliminare gli ebrei, erano proprio loro ad abitare Galilea, Giudea, Samaria… precedentemente quella terra, sempre abitata dagli ebrei, è stata conquistata dai macedoni, prima ancora dai babilonesi… prima possiamo arrivare al regno di Davide (1000-970 a.e.v.).
Ciò che risulta piuttosto evidente è che esiste un solo popolo che dall’antichità è giunto fino ai giorni nostri, evolvendosi ma mantenendo un legame profondo ed una presenza costante con quella Terra e Gerusalemme: il popolo ebraico.
Il popolo ebraico ha attraversato i secoli senza mai dimenticare Gerusalemme, senza mai abbandonare quella terra completamente neppure sotto le peggiori minacce.
Questa tensione verso Gerusalemme, verso Sion, la collina sulla
quale la città sorge è alla base del movimento sionista, ed io sono
sionista nella piena e più ampia accezione del termine. Rifiuto quindi
la distorsione che di questo termine viene sistematicamente compiuta con fini
propagandistici.
Se oggi non esiste uno stato arabo accanto a quello ebraico in quella che lei
insiste a definire palestina (utilizzando la denominazione scelta dall’impero
romano in spregio agli ebrei circa 2000 anni fa!) la responsabilità è solo ed
unicamente degli arabi che non lo hanno voluto costituire, che hanno preferito
ascoltare i propri leader che hanno detto loro di lasciare quel luogo certi che
gli ebrei non sarebbero riusciti a sopravvivere alla guerra che tutte le
nazioni arabe che la circondavano hanno scatenato contro la rinata Israele
all’indomani della sua costituzione. Ma gli ebrei hanno resistito e combattuto,
nonostante fossero appena usciti dai campi di concentramento nazisti, ed hanno
vinto.
Da quel momento Israele è stata ripetutamente attaccata dalle nazioni arabeche la circondano ed ogni volta si è difesa ed ha vinto. Le vittorie hanno portato alla conquistata di terra, per avere la pace Israele ha ripetutamente ceduto terra ai popoli contermini. Purtroppo dal punto di vista islamico ogni tipo di trattativa che porta ad una concessione viene interpretata come dimostrazione di debolezza, portandoli a nuove aggressioni e nuove rivendicazioni sempre più radicali.
Per comprendere la reale natura del conflitto, che nulla ha a che fare con quella che viene fatta passare nel suo testo come la naturale rivendicazione di uno stato pre-esistenete alla costituzione d’Israele, possiamo ricordare le parole pronunciate il 31/3/1977 da Zahir Mushe’in membro del comitato esecutivo dell’olp “Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno stato paelstinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro lo Stato d’Israele in nome dell’unità araba.
In realtà oggi non c’è alcune differenza tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. Solo per ragioni tattiche e politiche parliamo dell’esistenza di un popolo palestinese, poiché gli interessi nazionali arabi richiedono la messa in campo dell’esistenza di un popolo palestinese per opporci al sionismo”.
Mi pare che questa affermazione possa anche chiarire molto bene quale sia la reale natura della cosiddetta questione dei profughi palestinesi. Risulta evidente che la scelta, diversamente da tutte le altre situazioni del mondo, di non riconoscere cittadinanza e diritti ai profughi proprio da parte dei paesi arabi che ospitano i campi (guarda caso proprio gli stessi citati sopra), Libano, Siria, Giordania… è finalizzata a costruire un elemento di pressione nei confronti di Israele.
Mettendo insieme i pezzi è altresì possibile comprendere la strana natura del unrwa, l’agenzia creata apposta per i rifugiati palestinesi, che, oltre a raccogliere una quantità di fondi spropositata se paragonata al unhcr che è l’agenzia che si occupa di tutti gli altri rifugiati del mondo, dispone in maniera tale per cui la condizione di rifugiato (quindi di mantenuto dall’agenzia) sia ereditata, come in una strana enorme monarchia. Questo ha permesso la crescita spropositata del numero dei così detti profughi che nel 1948 erano circa 650mila ed oggi sarebbero 6,5 milioni.
Evidentemente perché questa massa di persone, in continuo aumento di numero, tenuta artificiosamente in condizioni di povertà e di bisogno dagli stessi paesi arabi che hanno consigliato loro di spostarsi nel 1948, costituisca un forte elemento di pressione nei confronti d’Israele e di tutta la comunità internazionale. Ma viene anche usata in maniera strumentale da molte ong occidentali con lo scopo di creare un’immagine distorta d’Israele e della situazione mediorientale.
Per quanto riguarda Gaza, è sotto il controllo di hamas dal 2005, e se è un “campo di concentramento a cielo aperto” come dice lei, occorre ringraziare soltanto hamas e tutti quelli che, nel momento in cui hanno avuto la libertà di votare e di autogestirsi hanno deciso di consegnare il proprio destino ed il potere nelle mani di un’organizzazione terroristica che utilizza i cospicui fondi donati dai paesi arabi ed occidentali per armarsi e uccidere piuttosto che costruire opportunità di vita, studio e lavoro per la propria popolazione. È bene sempre ricordare che una parte delle tasse che escono anche da ogni famiglia italiana vanno nelle mani di organizzazioni palesemente terroristiche come hamas per tramite di varie ong.
Mi chiede di fare memoria del recente passato, io faccio memoria del recente passato ma non faccio finta che la storia sia iniziata nel 1964, quando la lega araba decise d’inventare il popolo palestinese in funzione anti-ebraica ed iniziò, con l’aiuto dell’ex unione sovietica e di tutta la sinistra ad inventare una serie di favole così da giustificare la nuova versione dell’antisemitismo, l’antisionismo. Per queste ed altre ragioni ha poco senso scrivere “sino a 100 anni fa vivevano in pace, palestinesi, israeliani, mussulmani, arabi e cristiani. “
Perchè, per esempio, per tutto il mondo cento anni fa i palestinesi erano gli ebrei, quelli che oggi lei chiamerebbe israeliani e che quindi ovviante vivevano in pace tra loro, 100 anni fa in quella terra c’erano (stando a quanto lei indica in maniera molto imprecisa) ebrei ed arabi, arabi cristiani ed arabi mussulmani, gli ebrei erano chiamati palestinesi. Tutti sotto il controllo degli inglesi. Vede come cambiano le cose quando si conosce la storia?
Non mi piace la contabilità dei morti, trovo sia spregevole perché per me ogni vita umana è sacra e come tale in sé una perdita inestimabile. Non faccio distinzione tra morti e morti, ciò che distinguo è tra chi aggredisce o decide di fare della morte il proprio scopo e chi si difende e fa della vita il proprio scopo.
Per me ogni essere umano è ugualmente dotato di libero arbitrio ed è in grado di scegliere, gli arabi che decidono di assalire delle persone solo ed unicamente perché ebrei ed israeliani sono terroristi. Sono terroristi che scelgono di percorrere la strada della morte piuttosto che impegnarsi per costruire la vita e la pace. Come sono terroristi quelli che fanno stragi nei locali di Parigi, nella metropolitana di Londra, a Madrid, nella scuola di Beslan, l’11 settembre 2001 o all’aeroporto di Fiumicino o uccidono un bambino assaltando la Sinagoga di Roma, tutti questi e tutti quelli che li sostengono e ne legittimano le azioni stanno soltanto alimentando la morte e legittimando il terrorismo e l’uccisione di persone innocenti.
Nel corso degli ultimi settanta anni ogni volta che si è fatto un tentativo di arrivare ad una soluzione condivisa, anche accogliendo il 99% delle richieste, i leader dei cosiddetti palestinesi hanno sempre rifiutato, hanno rifiutato e continuato ad alimentare l’odio antiebraico, nutriti e sostenuti da moltissime ong che, se la questione dovesse risolversi, se i palestinesi si emancipassero e scegliessero davvero di autodeterminarsi, avrebbero perso il proprio senso d’esistere e non avrebbero più nessuna scusa per cercare di eliminare l’unico piccolo stato ebraico del mondo.
Anp ed Hamas non vogliono trovare una soluzione, vogliono l’eliminazione d’Israele, la campagna del bds e tutte le organizzazioni che la sostengono puntano alla distruzione di Israele e lo fanno attraverso azioni volte ad alimentare il conflitto piuttosto che risolverlo.
Il boicottaggio che si indirizza ai prodotti israeliani, agli artisti ebrei ( vedi li caso di Matisyauh in Spagna questa estate, per esempio) ma anche ai locali di proprietà degli ebrei (vedi il Bataclan di Parigi), piuttosto che a chiunque ebreo o non ebreo si permetta di non essere contro Israele, è assurdo e per me si incanala perfettamente in tutte le forme di boicottaggio o di identificazione che hanno contraddistinto la storia della persecuzione del mio popolo. L’apposizione della stella gialla non è un invenzione nazista, così come non è un invenzione del bds l’individuazione ed il boicottaggio.
Non parteciperò alla serata cui mi invita, non lo farò perché pax christi sostiene l’azione del bds http://www.famigliacristiana.it/articolo/pax-christi-caro-renzi-non-nel-nostro-nome.aspx e con la mia presenza legittimerei il bds e legittimare il bds significa legittimare chi fa dell’odio nei confronti d’Israele e di chiunque la ami la propria ragione d’esistere. Questo per me non significa costruire la pace!
Sono le piccole imprecisioni, le parole distorte che creano quelle alterazioni che rendono possibile il consolidarsi di un pregiudizio o anche di un odio viscerale ed immotivato. Mi auguro quindi che la sua infelice frase “far scoppiare la pace in Palestina è come far scoppiare la pace nel mondo intero” sia stata involontaria.
Voglio pensare che la storia le sia stata raccontata così, un poco “riveduta e corretta” e che lei ci abbia creduto, perché è evidente che con la sua ostinazione a non nominare Israele lei sta negandone l’esistenza. Se davvero lei volesse costruire la pace, mi scusi ma troppe bombe hanno ucciso perché si usi così allegramente “far scoppiare”, avrebbe scritto “in Israele”, questa ostinazione a nominare ciò che non esiste ancora, per volontà araba, e a non nominare ciò che esiste la dice lunga!!!
Ciò che mi rende comunque felice e fiduciosa è il fatto che non ci sono solo posizione come quella di pax cristi nel mondo cristiano. Se lei avesse fatto sue la parole di Padre Nadaf che ritiene Israele un fattore di pace per il Medioriente, che ne difende l’esistenza a costo della propria incolumità, sarei stata lieta ed orgogliosa di accettare il suo invito.
Ariel Shimona Edith Besozzi
Pubblicato da Il Lettore di VareseNews
2)
La questione palestinese

5 gennaio 2016
Egregio direttore,
Dopo aver letto la lettera della signora Ariel Shimona Edith Besozzi, sento il dovere politico, storico e morale di intervenire per demistificare una ricostruzione della questione palestinese, quale è quella contenuta nella summenzionata lettera, che tende, mutuando dalla propaganda imperialistica del sionismo il tono, i contenuti e gli stilemi, ad espungere dalla storia e dalla politica internazionale non solo l’identità, ma addirittura l’esistenza stessa di un popolo palestinese e della sua lotta per affermare il diritto all’autodeterminazione nazionale.
Mi rendo conto, tuttavia, che capire ciò che sta accadendo in Palestina non è facile, anche perché il sistema dei ‘mass media’, largamente asservito alla voce del padrone, che in questo caso è quella dello Stato di Israele, non ci aiuta ad orientarci correttamente su questo terreno.
Occorre, inoltre, aggiungere che l’evocazione, in chiave emotiva, del tema dell’antisemitismo e dell’Olocausto, nonché la diffusa ostilità nei confronti del mondo islamico, impediscono a molti europei una valutazione razionale delle responsabilità politiche dei soggetti coinvolti: gli Stati Uniti, Israele, i paesi arabi, le organizzazioni palestinesi.
Orbene, contrariamente a quanto afferma la signora Besozzi, la quale per coonestare l’occupazione della Palestina non si pèrita di ricorrere, in chiave fondamentalista, perfino alle genealogie bibliche (l’‘invenzione della tradizione’ essendo, a partire dai Pelasgi di giobertiana memoria, un vettore mitopoietico essenziale dei nazionalismi espansionistici), nei decenni a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, periodo durante il quale le potenze europee, ‘in primis’ l’Inghilterra, decidevano le sorti della Palestina e incoraggiavano il movimento sionista ad occuparla, la Palestina non era un deserto. Era, al contrario, un paese dove da millenni viveva una comunità politica e civile formata da oltre seicentomila persone.
I palestinesi parlavano l’arabo, erano in gran parte musulmani sunniti e coesistevano con minoranze cristiane, druse e sciite, che usavano anch’esse la lingua araba.
Grazie al suo elevato grado di istruzione, la borghesia palestinese costituiva dunque un’élite della regione del Vicino Oriente: intellettuali, imprenditori e commercianti palestinesi occupavamo posti chiave nel mondo politico arabo, nella burocrazia e nelle industrie petrolifere del Golfo Persico.
Questo era il quadro sociale e demografico della Palestina nei primi decenni del Novecento fino alla vigilia della proclamazione dello Stato d’Israele nella primavera del 1948, quando in Palestina era presente una popolazione autoctona di circa un milione e mezzo di persone (laddove gli ebrei, nonostante l’imponente flusso migratorio del dopoguerra, superavano di poco il mezzo milione).
Orbene, l’intera parabola dell’invasione sionista della Palestina e dell’autoproclamazione dello Stato di Israele ha il suo fulcro in una operazione ideologica da cui deriverà una sistematica strategia politica: la negazione, per l’appunto, dell’esistenza del popolo palestinese.
L’obiettivo dei maggiori esponenti sionisti, da Theodor Herzl a Moses Hess, da Menachem Begin a Chaim Weizman, è stato pertanto quello, per un verso, di azzerare l’esistenza della popolazione nativa e, per un altro verso, di squalificarla come barbara, arretrata e indolente.
Questa rappresentazione di comodo, tipica della panoplia ideologica del colonialismo, serviva chiaramente a legittimare l’idea che il compito degli ebrei sarebbe stato quello di occupare un territorio semideserto per modernizzarlo.
Va da sé che la ripresa, da parte del sionismo, della ‘missione civilizzatrice’ dell’Europa escludeva, per definizione, ogni collaborazione della popolazione autoctona che non avesse carattere banausico e subalterno,. Non meraviglia perciò che la prima grande battaglia che i palestinesi hanno dovuto ingaggiare dopo la costituzione dello Stato d’Israele sia stata quella per il riconoscimento dell’esistenza della nazione palestinese. Il loro obiettivo precipuo è stato quello di affermare, non solo contro Israele ma anche contro i paesi arabi circonvicini, come l’Egitto, la Giordania e la Siria, la loro identità storica e il loro diritto all’autodeterminazione. Soltanto nel 1974 le Nazioni Unite riconosceranno formalmente l’esistenza di un soggetto internazionale denominato Palestina e individueranno in Yasser Arafat il suo legittimo rappresentante.
Sennonché la negazione dell’esistenza di un popolo nella terra dove lo Stato ebraico mirava ad inserirsi è un tratto caratteristico del colonialismo e, in buona sostanza, del razzismo, due elementi che caratterizzano sin dalle sue origini il movimento sionista: un movimento, peraltro, strettamente legato alle potenze coloniali europee e da esse sostenuto in varie forme. Dopo aver infatti concepito il progetto di costituire in Argentina, in Sudafrica o a Cipro la sede dello Stato ebraico, la scelta del movimento sionista cadrà sulla Palestina non solo e non tanto per motivazioni religiose, quanto perché, come fu detto dagli ideologi sionisti, la Palestina è «una terra senza popolo per un popolo senza terra».
È in un contesto prettamente coloniale come quello testé delineato che si compirà l’esodo forzato di grandi masse di palestinesi (non meno di settecentomila) ad opera soprattutto del terrorismo praticato da organizzazioni sioniste come la Banda Stern e come l’Irgun Zwai Leumi, tristemente famosa per la strage degli abitanti (oltre 250) del villaggio arabo di Deir Yassin. Dopo la prima guerra arabo-israeliana, l’area occupata dagli israeliani si espanderà passando dal 56 per cento dei territori della Palestina, assegnati in forza della raccomandazione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al 78 per cento, includendo fra l’altro l’intera Galilea e buona parte di Gerusalemme. Infine, nel 1967, a conclusione dalla guerra dei sei giorni, come è noto, Israele si impadronisce anche del restante 22 per cento, si annette illegalmente Gerusalemme Est e impone un duro regime di occupazione militare agli oltre due milioni di abitanti della striscia di Gaza e della Cisgiordania, sottoposti alla sistematica espropriazione delle terre, alla demolizione di migliaia di case palestinesi e alla cancellazione di interi villaggi. Ma è la vicenda degli insediamenti coloniali nei territori occupati della striscia di Gaza e della Cisgiordania ad essere emblematica della vocazione colonialista, che contrassegna lo Stato israeliano.
La conclusione che sgorga da questa sequenza storica, economica, ideologica e militare è, come afferma giustamente Edward W. Said nel suo saggio sulla «Questione palestinese» (2011), che il ‘peccato originale’ dello Stato di Israele è il suo carattere strutturalmente sionista.
In altri termini, il fondamentalismo sionista è riuscito ad attuare, usando la carta della persecuzione antiebraica e della tragedia dell’Olocausto, la progressiva conquista della Palestina dall’interno, in modo tale da accreditare in tutto il mondo (non solo in quello occidentale) l’idea che l’elemento autoctono sia costituito dagli ebrei e che stranieri siano i palestinesi.
In questa inversione della realtà risiede sia il nucleo della tragedia che ha colpito il popolo palestinese sia la ragione principale delle sue molte sconfitte. Il sionismo si è quindi assicurato, per questa via, un vasto consenso e un sostegno generale da parte dei governi e dell’opinione pubblica europea, così come non è accaduto per alcun’altra impresa coloniale.
Ma in un simile ‘lucus a non lucendo’ sta anche l’errore storico commesso dalla classe dirigente israeliana e dalla potente élite ebraica statunitense che ne ha sempre sostenuto le scelte politico-militari. Il popolo palestinese esisteva in Palestina prima della costituzione dello Stato di Israele, continua ad esistere nonostante lo Stato di Israele ed è fermamente deciso a sopravvivere allo Stato di Israele, nonostante le sconfitte, l’oppressione e la distruzione dei suoi beni e dei suoi valori.
Eros Barone
Pubblicato da Il Lettore di VareseNews
3)
L’anno prossimo a Gerusalemme

7 gennaio 2016
Egregio direttore,
Troverei la lettera sulla cosiddetta “questione palestinese” del signor Barone divertente se non fosse allucinante. Divertente per la prosopopea con la quale tenta di infarcire di contenuto una modalità che ne è totalmente priva. Allucinante per tutta la premessa nella misura in cui non dice assolutamente nulla, se non utilizzare i soliti triti e sciocchi stereotipi antisemiti che se aperti e guardati, sono talmente inconsistenti da presentare la propria natura di pregiudizio anche al più disattento dei lettori. Una retorica vetero sessantottina pervasa di profonda inconsistenza che prosegue con una serie di fantasiose storie che nulla hanno a che fare con la realtà dei fatti.
É bene ricordare che la presenza ebraica in Israele risale ai tempi di Abramo, ai tempi di Isacco e di Giacobbe, ai tempi del Re David, ai tempi di Salomone e anche ai tempi di Gesù che è bene ricordarlo nacque ebreo e visse da ebreo, tutto testimoniato ampiamente da ritrovamenti archeologici e non da allucinate teorie.
Qualche ripetizione di storia ma anche di cronologia non guasta. A cavallo tra 1800 e 1900 la regione denominata come palestina era sotto controllo ottomano. Gli inglesi gestirono la regione all’indomani della prima guerra mondiale fino al 1948.
Se poi il nostro autore è così interessato a rappresentare la storia degli arabi, che risiedevano in quel luogo prima della costituzione dello Stato d’Israele, perché non raccontare che il gran muftì (la più alta autorità religiosa islamica) di Gerusalemme, durante il secondo conflitto mondiale, era alleato di Hitler, e si attuò per arruolare quanti più musulmani possibile nella divisione islamica delle waffen SS che fu artefice di atroci stragi nei balcani?
Corre l’obbligo inoltre di ricordare che una presenza ebraica in Eretz Israel (terra d’Israele) c’è sempre stata indipendentemente dalle varie occupazioni succedutesi all’impero romano, anche questo elemento ampiamente documentabile, diversamente da tutte le teorie poste dal nostro.
Costituire lo Stato d’Israele, come il nostro sembra suggerire, in altri luoghi non solo ne avrebbe snaturato il significato ma avrebbe posto lui e tutti quelli che come lui hanno abbracciato la così detta “causa palestinese”, nella condizione di prendere la parte degli altri Popoli, questi però realmente esistenti, in funzione sempre anti-israeliana. Sottolineo questo perchè non torvo neppure una sola parole di preoccupazione per quanto riguarda i palestinesi colpiti dal conflitto siriano…..ma forse la lettura della storia attraverso la lente dell’ideologia complottista, che tutto deforma, porta il nostro paladino ad attribuire ad Israele anche la responsabilità di quella tragedia. Deve essere davvero frustrante vivere in un mondo nel quale gli ebrei, che sono ad andar bene 15 milioni in tutto, hanno così tanto potere!
Forse sarebbe meglio riflettere sul fatto che proprio l’attribuzione di ogni responsabilità per tutti i mali del mondo allo Stato d’Israele si mostra essere identica alla strategia utilizzata dalla propaganda nazista per la messa in atto della Shoah, e prima ancora dai protocolli dei Savi di Sion da parte della Russia zarista e, andando ancora più indietro, dall’inquisizione nei confronti degli ebrei come popolo e di ogni singolo ebreo come persona. Risulta infatti evidente a chiunque si prenda la briga di percorrere la storia degli ultimi duemila anni che l’antisionismo è la continuazione dell’antisemitismo che lo è stato e lo è dell’antigiudaismo. A mio parere, sarebbe meglio che, prima di fare determinate affermazioni o congetture, il signor Barone si fermasse a riflettere lungo quale “scia di pensiero” si sta incamminando.
La proclamazione del rinato Stato d’Israele avviene a seguito di una risoluzione ONU. Sono stati gli arabi a rifiutare la possibilità di costruire uno stato loro indipendente e al fianco dello Stato d’Israele. Inoltre non si capisce, per quale strana ragione nessun palestinese abbia mai rivendicato la necessità di costituire uno stato nelle terre “palestinesi” non amministrate da Israele fino al 1967. Perché, per esempio, non ci sono state rivendicazioni nei confronti di Egitto e Giordania che fino al 1967 amministrarono Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme? La risposta è chiara perché la questione palestinese è pretestuale all’odio antiebraico, altrimenti i fatti dimostrerebbero un altro atteggiamento dei cosiddetti palestinesi e dei loro supporter esterni.
Come mai la leadership palestinese quando Israele si è ritirata unilateralmente dalla striscia di Gaza non ha cominciato a porre le basi per la costituzione di uno Stato, ma ha scelto di cominciare ad armarsi per colpire le città israeliane, come è stato dimostrato, per l’ennesima volta dal 2005, nell’estate del 2014?
Forse il signor Barone, che mostra di conoscere tanto bene il così detto popolo palestinese, potrà illuminarmi su questo dato: perché c’è lo 0% di ebrei nella zona sotto controllo arabo dell’autorità palestinese, e quasi 2 milioni di arabi nelle zone sotto controllo ebraico? Da che parte possiamo vedere una discriminazione?
Ritengo sia importante che persone come l’autore della lettera dimostrino tutta la loro pochezza intellettuale, infangando la memoria di chi ha subito la Shoah come mio nonno e sua mamma morta nel campo di sterminio di Auschwitz . Ritengo importante che persone come il signor Barone parlino perché ciò dimostra che per alcuni il significato della giornata delle memoria, il 27 gennaio, è ancora del tutto assente. La giornata della memoria, non serve al Popolo ebraico che ha vissuto sulla propria carne la tragedia e molto bene la ricorda. La giornata della memoria è stata istituita perché chi ha permesso che la Shoah avvenisse tacendo o agendo, quella società che ha permesso che il tentativo di sterminio del Popolo ebraico fosse attuato, si rendesse conto di questo immane crimine ed imparasse dai propri errori a non farlo accadere di nuovo.
Sono sionista perché il mio popolo ogni anno da secoli ed anche quando si trovò rinchiuso nei campi di sterminio durante le notti di Pasqua affermava “L’anno prossimo a Gerusalemme”.
Demetrio Shlomo Yisrael Serraglia
4)
Oh, Gerusalemme, Gerusalemme!

7 gennaio 2016
La lettera del signor Demetrio Shlomo Yisrael Serraglia, intitolata “L’anno prossimo a Gerusalemme”, è uno specchio deformante della realtà, ma uno specchio fedele dell’ideologia sionista. Essa si squalifica da sola e non merita perciò alcuna risposta. Non si tratta soltanto del linguaggio e del tono, che qualsiasi lettore di questo quotidiano può facilmente valutare e classificare dopo averla letta, ma soprattutto della mancanza di solide argomentazioni e della sistematica elusione dei veri nodi della questione palestinese.
Avendo già avuto l’occasione di confrontarmi con questo signore nello spazio riservato da “VareseNews” alle lettere indirizzate al direttore, mi permetto dunque di riproporre (non tanto a lui quanto) ai frequentatori di tale rubrica un mio intervento, che mi pare conservi un certo valore, sulla politica dello Stato israeliano e sulla falsa equiparazione tra antisemitismo ed antisionismo avanzata dai suoi sostenitori: “Quello che non potrò mai perdonare ai nazisti è di averci fatto diventare come loro”
Eros Barone
Pubblicato da Il Lettore di VareseNews